Festa di San Filippo

Anno 2010-2011

Predica Padre Robert dall’Oratorio di Oxford

“Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla”.
Queste parole di san Giovanni ci parlano della vita di san Filippo, perché per tutta la sua vita  fu vicino al Signore, strettamente unito a Lui.Infatti oggi celebriamo la usa festa, uno dei più grandi santi della Riforma cattolica.
Filippo Neri nato a Firenze il 21 luglio 1515 non doveva diventare un grande santo fiorentino, ma un santo della città di Roma, caput mundi.
Roma doveva diventare la sua terra di missione.
Dall’età di vent’anni, quando arrivò  a Roma, vi rimase fino alla morte, avvenuta quando aveva ottanta anni, diventandone l?Apostolo e il testimone della gioia cristiana.

“Rallegratevi nel Signore, sempre. Ve lo ripeto rallegratevi”, come ci ha ricordato san Paolo nella seconda lettura.
L’ Oratorio di san Filippo divenne un elemento essenziale della riforma di Roma in quei giorni.Questo non perché Filippo avesse progettato una riforma, ma perché aveva in cuore la fiamma dell’amore di Dio.
Egli conquistò le persone al Signore attraverso la sua naturale affabilità e capacità di amicizia: il suo metodo pastorale non fu “scientifico”, ma semplice e aperto.
Egli passeggiava per le vie di Roma e incoraggiava chi incontrava dicendo: “Quando incominciamo a fare del bene?”
Li invitava a pregare con lui, ad ascoltare la parola di Dio o semplicemente giocava con loro.
“Sarei disposto a prendere bastonate sulla schiena” disse una volta “purché non facessero più peccati!”
In questo modo fu capace di attirare le persone a Cristo come una calamita e portare molti alla santità, attraverso la confessione e la comunione frequente.
Ci sono molte cose che possiamo dire di san Filippo: potremmo parlare del suo lavoro tra giovani, che continua così bene a Genova fino ad oggi.
Potremmo parlare dell’amore di san Filippo per la teologia e la filosofia.
Potremmo parlare del suo grande contributo alla musica e all’arte (basti pensare al suo rapporto con Palestrina) e anche questa tradizione continua ad essere viva in tanti oratori fino ad oggi.
Potremmo persino parlare del contributo che l’Oratorio ha portato alla vita del chiese locali, perché attraverso la loro stabilità i Padri entrano a far parte della vita diocesana.
Tante cose potrebbero essere dette, ma non abbiamo abbastanza tempo.
Vorrei parlare di due modi, di due modi importanti attraverso cui san Filippo ha contribuito particolarmente alla vita della Chiesa.

Il primo è la preghiera.
“Un uomo che non fa orazione – disse – è come una bestia”. Filippo fu senza dubbio un uomo di profonda preghiera.
Giovanotto, a Gaeta, passava molte ore in preghiera alla Montagna spaccata. A Roma passava intere notti in preghiera nelle catacombe di san Sebastiano e fu lì ancora laico, che alla Pentecoste del millecinquecentoquarantaquattro, ebbe la mistica esperienza, rappresentata nel quadro qui alla mia destra.
Lo Spirito Santo entrò nel suo cuore come un globo di fuoco e venne gettato a terra. Da quel momento il suo cuore venne fisicamente allargato e  così rimase fino al momento della sua morte. Spiritualmente egli doveva continuare a vivere con il fuco dello Spirito Santo e così tutta la sua vita fu una continua preghiera.
Egli si alzava alle quattro del mattino per pregare solo nella sua camera: pregava alla Vallicella nella Loggia e pregava quando era spasso con i giovani, mettendosi in un angolo.
Egli diceva Messa e recitava l’ufficio con gran devozione e quest’amore della preghiera era ciò che più di ogni altra cosa voleva condividere con i suoi discepoli.
La preghiera è il cuore dell’Oratorio, come il suo nome ci ricorda, e  certamente per me insegnare alle persone a pregare è l’aspetto più importante della nostra vocazione oratoriana.
San Filippo voleva che si diventasse in casa propria: anticipando san Francesco di Sales e il Concilio Vaticano II ricordava che la santità è per tutti. E’ un’eresia dire che ci sono delle categorie escluse.
La sua spiritualità era per gente ordinaria, come voi e me, gente che conduce una vita normale.
La preghiera è importante perché ci mette a contatto con il Dio vivente e purifica i nostri cuori e ci permette di guardare alla realtà sub specie aeternitatis, e non solo in una visuale umana.
La preghiera ci da una nuova visione della vita e dell’eternità e questo è lo stile di vita che san Filippo voleva condividere con noi, ciò che più di ogni altra cosa voleva per i suoi discepoli.

Il secondo modo con cui san Filippo portava le persone a Dio è la confessione frequente.
San Filippo è soprattutto il santo del confessionale.
Questo ministero rimane fino ad oggi una parte molto importante dell’apostolato della Congregazione. Dopo la sua ordinazione nel millecinquecentocinquantuno Filippo passava quasi tutta la mattina in confessionale a san Girolamo della Carità. Ha visto questo meraviglioso sacramento come un mezzo attraverso il quale possiamo crescere in grazia.
La confessione frequente ricorda la nostra debolezza di fronte  a Dio e ci porta faccia a faccia con Dio, come persone che dipendono in tutto da Lui.
Totale fiducia in Dio e nella Sua volontà su di noi è il cuore di una vera vita spirituale. Senza fiducia in Dio non possiamo diventare santi. Il sacramento della riconciliazione ci fa comprendere che la grazia di Dio – il suo dono libero e gratuito – è la sola strada della santità.

Ci sono molti santi in cielo, ci sono molte strade per andare in cielo, ma san Filippo è il nostro Padre, perché siamo suoi discepoli. Possiamo a lui applicare nei nostri confronti la frase di san Paolo: Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo.
Ma un padre non è solo un  esempio: è una presenza viva e noi possiamo avere piena fiducia nelle sue preghiere e sperimentare che ha una particolare cura di noi.

Infine, vorrei ringraziare i Padri di Genova per la cordialità con cui hanno accolto questo oratoriano straniero e mi hanno dato lì occasione per celebrare questa festa con voi.
Grazie anche a tutti voi per il vostro amichevole atteggiamento nei miei confronti, che mi ha fatto sperimentare come in san Filippo formiamo davvero una sola famiglia.

La formazione della coscienza nel beato John Henry Newman

Anno 2010-2011
Luogo Genova- Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio

Articolo introduttivo

Invito Convegno Newman

Testo intervento Lina Callegari

Estratto intervento Lina Callegari

Testo Intervento Padre Geissler

Estratto intervento Padre Geissler

Intervento Cardinale Arcivescovo Angelo Bagnasco

Audio conferenza completa:

da Il Cittadino 2 Marzo 2011

La coscienza secondo Newman. Grande partecipazione al Convegno sul Beato

Lunedì 28 Febbraio si è svolto presso la Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale il Convegno “La formazione della coscienza nel Beato J.H. Newman” organizzato dall’Ufficio cultura dell’Arcidiocesi di Genova in collaborazione con la Congregazione dell’Oratorio di S.Filippo Neri, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Genova e l’associazione “Iter Agentes” che ha come finalità la formazione e la diffusione della Dottrina sociale della chiesa.

Di fronte ad una sala gremita di partecipanti ha aperto il Convegno il coordinatore del dibattito Alfredo MAJO che ha illustrato il tema della serata ed introdotto gli interventi dei relatori Padre Hermann GEISSLER, Direttore del Centro Internazionale Amici di Newman e Lina CALLEGARI, autrice del volume “John Henry Newman. La ragionevolezza della Fede”. Padre H. Geissler ha illustrato la vita del Beato J.H. Newman descrivendola come un cammino di ricerca costante della verità, attraverso la coscienza. Lina Callegari ha affrontato il rapporto fede e ragione nel pensiero del Beato.

Qui di seguito vengono espressi alcuni dei concetti chiave che i due relatori hanno esposto durante i loro interventi.

Il passaggio di Newman dalla chiesa anglicana alla chiesa cattolica è stato un passaggio difficile, caratterizzato da una domanda fondamentale: “Posso io salvarmi nella Chiesa di Inghilterra? Sarei salvo se morissi questa notte?”.

Il rapporto tra coscienza e verità è fondamentale: coscienza e verità si sostengono e si illuminano; obbedienza alla coscienza significa obbedienza alla verità.

Newman intende per coscienza non un sentimento dell’io, un sentimento soggettivo ma la voce di Dio. Il senso comune di oggi vede, in modo distorto, la coscienza come libertà, diritto di agire a proprio piacimento e autonomia; la coscienza, in realtà, ha dei diritti perché ha dei doveri.

La co-scienza viene vista come incontro con l’Altro, come responsabilità della creatura nei confronti di Dio.

Il Creatore ha imposto nella creatura la sua legge che, anche se passa attraverso l’intelligenza dell’uomo, rimane legge divina. La coscienza deve essere ben formata perché la voce di Dio parla un linguaggio silenzioso e preciso.

Nel pensiero del Beato Newman prende un posto significativo anche il rapporto tra autorità della coscienza e autorità del Papa: Newman ha sempre ribadito la dignità della coscienza, senza cedere minimamente all’arbitrarietà o al relativismo; ha dimostrato che la coscienza non è opposta alla Verità, ma – al contrario – è l’avvocata della medesima nel nostro cuore, è “l’originario vicario di Cristo”; in questo senso va inteso il suo famoso detto: “Certamente, se sarò costretto a coinvolgere la religione in un brindisi al termine di un pranzo (cosa che in realtà non è proprio il caso di fare), brinderò al Papa – se vi fa piacere – ma, prima alla coscienza e poi al Papa”. Noi obbediamo al Papa perché siamo convinti che il Signore guida la Chiesa nella verità. La Chiesa è un aiuto non solo per la coscienza dei singoli ma è anche avvocato per i diritti inalienabili degli uomini, non disponibili per nessuna maggioranza.

Il rapporto coscienza/ragione in Newman conduce al rapporto fede/ragione: la religione rivelata non teme il vaglio della ragione; la ragione non crea ma verifica. E’ possibile dare un assenso ragionevole alla religione cristiana? La risposta è “sì” ma non basta un assenso razionale per una fede autentica. E’ possibile un assenso reale: credo come se vedessi. Non possiamo parlare di prove o di gradi delle prove perché l’assenso c’è o non c’è.

La prova scientifica viene sostituita dalla probabilità. La fede non è la ragione matematica ma l’insieme delle conoscenze che l’uomo ha acquisito di giorno in giorno. Nella sua opera “Grammatica dell’Assenso”, Newman sviluppa una vera e propria teoria della conoscenza di fede. La riflessione di Newman sul «senso illativo» consente alla ragione di compiere un atto di fede avvalendosi di tutte le fonti di conoscenza che possiede: sebbene non tutte rigorose e provate, sono sufficienti, insieme, a generare l’assenso; una fune intrecciata da deboli fili può dare quella forza che un singolo filo non sarebbe in grado di offrire.

Sua Eminenza il Cardinale Angelo BAGNASCO ha concluso il Convegno, sottolineando la bellezza della coscienza come eco di Dio, come criterio dell’agire e di distinzione di ciò che è vero da ciò che è falso. Senza l’ascolto dell’eco di questa voce c’è un vivere disumano, un percorso di insoddisfazione e angoscia.

L’obbedienza alla verità cercata e trovata è difficile! S. Tommaso d’Aquino diceva che la verità si concede non a tutti ma all’anima dell’uomo che è umilmente disponibile a farsi giudicare dalla verità trovata; non verità scientifica, empirica ma verità morale e spirituale, che mi salva dall’inganno e dal dolore per portarmi alla gioia.

Cambiare la propria vita non è facile per nessuno: ci sono comodità, interessi, edonismi. Essere docili alla verità è la condizione essenziale, prima ancora dell’intelligenza che si interroga, perché la verità ci venga incontro. E’ necessario essere disposti a tutto, come Newman: è il prezzo della libertà e della gioia.

 

Simonetta Saveri

Vicepresidente dell’Associazione Iter Agentes

Presentazione libro di Newman

Anno 2009-2010
Luogo Oratorio San Filippo Neri

Intervento Cardinale

Invito

Locandina

Presentazione Libro

Il prossimo 19 settembre  John Henry Newman, il grande teologo dell’Ottocento, sarà beatificato.

L’importanza dell’evento per la Chiesa universale è sottolineata dalla decisione del Santo Padre Benedetto XVI di presiedere personalmente il rito durante il suo viaggio apostolico in Inghilterra e questo in deroga a quanto da lui stesso disposto, per cui le beatificazioni sono ora normalmente presiedute dal Prefetto per la Congregazione per le Cause dei Santi.

Ora, se mai è venuto meno l’interesse per Newman, la sua elevazione agli onori degli altari spinge ad un approfondimento degli studi e a una maggiore divulgazione della sua vita e della sua opera.

In questa prospettiva si inserisce l’iniziativa dell’Editore Cantagalli e delle Congregazioni dell’Oratorio di San Filippo Neri italiane di pubblicare i suoi “Scritti Oratoriani”, opera che viene a colmare, se non una lacuna, certo una zona rimasta un po’ in ombra, almeno per il lettore medio di Newman: se infatti è ben nota la sua conversione dall’anglicanesimo e dal cattolicesimo e il fatto che nel 1879 venne creato cardinale, meno conosciuto è il suo rapporto con l’Oratorio filippino.

Fu qui , infatti, in quello che chiamava “il mio nido, la mia casa“ (“my nest, my home”) che egli,

trovò l’ambiente congeniale alla sua vita di prete cattolico.

Gli scritti ora raccolti – per la maggior parte inediti in Italia – fanno comprendere come la sua scelta non fu semplicemente di ordine pratico, ma l’esito maturo di una riflessione profonda sulla vocazione personale e quella del gruppo dei discepoli che si erano raccolti intorno a lui.

L’idea di sacerdote che emerge a tutto tondo dalle riflessioni di Newman, fedele all’impostazione di san Filippo Neri, è una profonda espressione del suo cammino spirituale e avvicinarla risulta particolarmente interessante in questo Anno sacerdotale.

Rilevante anche la prospettiva ecumenica, come si evince dallo studio introduttivo di P. Placid Murray O.S.B., perché Newman prete oratoriano non percepisce il suo sacerdozio come una rottura con la sua passata esperienza di ministro anglicano.

Gli “Scritti oratoriani” sono quindi uno strumento prezioso per approfondire la vita, l’opera e la spiritualità di John Henry Newman, ma anche  per conoscere dall’interno l’Oratorio filippino, una delle realtà più peculiari – ma non tra le più studiate!- che dai tempi della riforma cattolica hanno caratterizzato la vita della Chiesa.

Il volume avrà la sua presentazione nazionale a Genova, martedì 8 giugno alle ore 17, presso l’Oratorio di san Filippo in via Lomellini10.

Interverranno Marcello Veneziani, giornalista e filosofo, e P. Edoardo Aldo Cerrato d.O., Procuratore Generale della Confederazione dell’Oratorio.

Presenzierà alla presentazione S.Em. R. il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo Metropolita di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

 

Il Curatore

Padre Placid Murray, è monaco Benedettino dell’Abbazia di Glenstal, Irlanda. in cui entrò nel 1935, e di cui è stato Priore Conventuale.

Teologo liturgista, è stato cofondatore dell’Irish Liturgical Congress (1954), curatore degli Studies in Pastoral Liturgy Vol. I (1961) e Vol. II (1967) e presidente della Societas Liturgica (1967-1969). Dal 1971 al 1974 è stato

presidente del Comitato Scientifico che ha prodotto la traduzione inglese della Liturgia Horarum (il Divino Officio). Dal 1974 al 2002 ha insegnato presso l’Institute of Pastoral Liturgy. Da sempre studioso di Newman, oltre a diversi articoli, ha curato la pubblicazione di alcuni suoi manoscritti inediti (Sermons 1824-1843 volumi I e III)

 

I Relatori

 

MARCELLO VENEZIANI

Laureato in filosofia, inizia la carriera di giornalista nel 1979 .

Ha collaborato con vari quotidiani nazionali, redattore del giornale radio RAI di mezzanotte, prende parte a vari programmi televisivi e da vent’anni collabora come commentatore della RAI.

Ha  fondato e diretto settimanali di successo . Attualmente è editorialista de il Giornale.

Già membro del Consiglio di Amministrazione della RAI durante la XIV Legislatura e del Consiglio di Amministrazione di Cinecittà. Svolge attività di conferenziere presso università, istituti e centri di cultura e associazioni sia in Italia che all’estero.

Autore di numerose pubblicazioni con gli anni,  pur continuando a coltivare  tematiche politiche e civili, ha privilegiato un itinerario di scrittura sempre più legato alla sfera esistenziale, letteraria e filosofica

 

P. EDOARDO ALDO CERRATO d.O.

Sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri dal 1975.

E’ laureato in  Lettere Classiche, che ha insegnato per molti anni nei licei statali.

Già Preposito degli Oratori di Biella e di Roma, dal 1994 è Procuratore Generale della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri.

Tra le sue pubblicazioni ricordiamo  San Filippo Neri. La sua opera e la sua eredità (Pavia, 2002) e, sempre su San Filippo,  «Chi cerca altro che Cristo…». Massime e ricordi  (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2006).

Presentazione libro – L’elogio della Coscienza

Anno 2008-2009
Luogo Oratorio San Filippo Neri

Comunicato Stampa

Invito

«Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo pranzo – cosa che non è molto indicato fare – allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa»

È da questa frase del Cardinale John Henry Newman che prende spunto lo straordinario saggio del Cardinale Joseph Ratzinger/Benedetto XVI intitolato L’Elogio della coscienza. La Verità interroga il cuore (Cantagalli, Siena 2009, pp. 176, Euro 13,50).

La presentazione dell’opera avverrà venerdì 19 giugno, alle ore 19, all’Oratorio San Filippo di Via Lomellini, alla presenza del Cardinale Arcivescovo; interverranno il senatore Gaetano Quagliarello (Presidente Vicario Gruppo Parlamentare PDL al Senato) e il professor Angelo Campodonico (Ordinario di Filosofia Morale all’Università di Genova). Moderatrice sarà Maria Antonietta Calabrò, Giornalista del Corriere della Sera.

L’eccellenza di questo libro, che raccoglie riflessioni sulla coscienza elaborate dall’allora cardinal Ratzinger in vari momenti dello sviluppo del suo pensiero e del suo percorso intellettuale, sta proprio nella attualità delle indicazioni, chiare e precise, che egli fornisce sulle questioni inerenti la coscienza. Attualità che si impone all’evidenza del nostro sguardo in una società ove la distinzione tra bene e male, tra ciò che è vero e falso, tra ciò che è giusto o non è giusto fare, assume connotati sempre più incerti. Questa incertezza cronica, che investe il nostro giudizio e la nostra capacità di soppesare i comportamenti e la bontà delle nostre scelte, frutto del libero esercizio della coscienza e di un giudizio “vero” sul reale, colpisce tutti gli ambiti della nostra vita sociale e individuale, con conseguenze disastrose che in modo irrimediabile feriscono la nostra e l’altrui dignità.

Il primato della coscienza affermato dal cardinale Newman adombra forse un inno ad una soggettività superiore a qualsiasi verità che si ancori a criteri oggettivi ed immutabili?

L’oggettività del Magistero della Chiesa deve cedere il campo al primato dell’individuo?

È certo che disancorare la coscienza dalla verità lascia ampio spazio alla libertà di scelta di ciascuno. L’io acquista così un sovranità completa nel discernere il bene dal male e ad esso è rimessa ogni valutazione sulla bontà delle scelte che hanno a che fare con la vita individuale e sociale. Questa libertà di scelta che prescinde da una qualsiasi forma di verità oggettiva può essere anche il parametro cui far riferimento nelle valutazioni che riguardano la collettività. La somma dei giudizi individuali, che prevale rispetto alla somma di altri giudizi, è la linea di condotta che deve essere assunta dalla collettività. Nella forma democratica è la maggioranza che detta le regole di vita del singolo e della società.

È evidente che in una concezione di questo tipo, diviene labile la distinzione tra bene e male, poiché il giudizio è rimesso alla coscienza del singolo o alla somma delle coscienze dei singoli che, non avendo strumenti oggettivi per soppesare il giudizio, si affidano alla decisione della maggioranza. È altrettanto evidente che in una società ove la maggioranza abbia un potere assoluto, illimitato e incondizionato la distinzione tra bene e male sia relativa e dipenda unicamente dal contesto culturale in cui è espresso tale giudizio.

Questo modo di concepire una valutazione e un giudizio sul reale che prescinde da verità oggettive ed immutabili, sia individuali che collettive, è chiamato da Benedetto XVI “dittatura del relativismo”.

A tale concezione può essere opposta, a ragione, una concezione che consideri la coscienza come una forma di memoria della verità. Per Benedetto XVI la verità non può essere separata dalla coscienza, essa ne è parte integrante e costitutiva. La verità, prima ancora di essere annunciata dalla Chiesa, è iscritta nel cuore dell’uomo, è impressa nella nostra coscienza, è parte integrante della natura umana. All’autorità è demandato il compito di sorvegliarla e custodirla. La Chiesa non ha il compito di elaborare la verità, ma di tutelarla, trasmetterla e risvegliarla nelle coscienze degli uomini. “Il linguaggio della natura è identico a quello della coscienza”, è un codice che contempla norme naturali immutabili ed eternamente valide.

Si potrebbe obbiettare che in una concezione di questo tipo la libertà del singolo perda importanza fino a scomparire. In verità, la coscienza è armonia tra rispetto della norma ed esercizio della libertà. Quest’ultima non può essere esercitata in modo indiscriminato, perché essa fa naturalmente riferimento ad una realtà oggettiva, ad unica Verità dalla quale non si può prescindere.

Convegno su Cesare Baronio

Anno 2007-2008
Luogo Oratorio San Filippo Neri

Articolo precedente al convegno

Intervento Padre Tesserin

Intervento prof.ssa Polonio

Locandina

Manifesto

 

“Di quanta utilità sieno stati al mondo, e sieno, gli Annali Ecclesiastici del Baronio… le cose stesse da sé parlano”. Così si esprimeva un confratello contemporaneo di Cesare Baronio, intuendo l’enorme importanza della sua opera, che segna l’inizio dell’applicazione dei moderni criteri storiografici allo studio della storia della Chiesa.

E veramente di questo storico, cresciuto nella cerchia di Filippo Neri e divenuto suo primo successore nella guida dell’Oratorio romano, si continua oggi a parlare: numerose sono state infatti le iniziative promosse da enti ecclesiastici e civili a quattro secoli dalla morte, avvenuta il 30 giugno 1607, per celebrarne la figura e approfondirne la conoscenza dell’opera.

Anche Genova ha voluto unirsi a queste iniziative col convegno di studi: “Cesare Baronio: storia e santità”, organizzato dalla Congregazione dell’Oratorio in collaborazione con l’Ufficio Cultura e Università dell’Arcidiocesi e con Oratorium onlus, che si è tenuto giovedì 27 settembre  nell’Oratorio di San Filippo in via Lomellini.

Mons. Francesco Moraglia, direttore dell’Ufficio, e Padre Mauro De Gioia, Prefetto dell’Oratorio Secolare, hanno introdotto i lavori.

Mons. Moraglia ha particolarmente sottolineato come san Filippo Neri, curando profondamente la crescita spirituale del suo discepolo, lo abbia portato a far emergere anche dalla ricerca culturale la dimensione della carità, divenendo così il Baronio “esempio” significativo di intellettuale capace di coniugare fede e ragione, competenza scientifica e amore alla Chiesa.

Padre De Gioia ha ricordato poi come proprio l’amore per la Chiesa e l’anelito al ritorno alla purezza della comunità apostolica siano stati per il Baronio non solo un punto fermo della ricerca intellettuale, ma un elemento di vissuto concreto nell’Oratorio filippino.

I lavori sono proseguiti con la lettura dei messaggi di saluto del nostro Arcivescovo, Mons. Bagnasco – il cui testo è riportato a fianco -, del Procuratore Generale degli Oratoriani, Padre Edoardo A. Cerrato, e del Prof. Luigi Gulia, Presidente del Centro Studi Baroniani di Sora, patria del nostro storico.

Il Convegno è quindi entrato nel vivo con gli interventi dei due relatori.

La Prof.sa Valeria Polonio, dell’Università di Genova, ha tracciato nel suo intervento dal titolo: “Contrasti e innovazioni: Roma, XVI secolo”, un vivace e sintetico affresco della società italiana e della situazione della Chiesa nel Cinquecento, permettendo agli ascoltatori di comprendere al meglio l’ambiente nel quale il Baronio crebbe ed ebbe ad operare.

Qui si è inserito il secondo relatore, il Prof. Francesco Lovison, Barnabita, della Pontificia Università Gregoriana, che affrontando il tema : “Il Cardinale Cesare Baronio: spiritualità, pietà e scienza” ha toccato diversi aspetti della sua figura e della sua opera, partendo dall’affermazione del grande storico della Chiesa Hubert Jedin che queste non si possono comprendere senza tenere conto del rapporto di Baronio con Filippo Neri.

Interessantissima poi la presentazione degli Annales Ecclesiastici: il solo vedere le dimensioni di uno dei dodici tomi che li  costituiscono ha fatto comprendere al meglio ai partecipanti al Convegno la grandezza di un’opera rimasta per altro incompiuta – la morte interruppe il lavoro del Baronio all’anno 1198 – frutto dell’impegno di un uomo solo, privo degli strumenti e degli aiuti che oggi ci sembrano indispensabili per affrontare la ricerca storica, e che aveva, per sua esplicita confessione, iniziato per pura obbedienza studi verso i quali non si sentiva particolarmente inclinato.

Si comprende, anche solo alla luce delle brevi note esposte, la profondità spirituale del nostro storico, il vissuto di santità che hanno portato il Papa Benedetto XIV a conferirgli nel 1745 il titolo di Venerabile e la Procura dell’Oratorio a riprendere lo scorso anno l’iter della causa di beatificazione.

Secondo la tradizione dell’Oratorio, al termine dei lavori – moderati dal Prof. Paolo Fontana -, i Soli della Cappella Musicale Filippina, diretti dal Maestro Mario Faveto, hanno eseguito alcuni brani polifonici.