Autunno in Oratorio VII Edizione – Bruce Springsteen, walk like a man

Anno 2011-2012
Luogo Oratorio San Filippo

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sabato 3 dicembre ore 16.45

Bruce Springsteen, walk like a man
il cammino, la strada, la ricerca dell’uomo
Andrea Monda

Bruce Springsteen, in arte “the Boss”, è una delle rockstar più famose del mondo. Da quasi 40 anni il suo rock, epico ed energico, lo ha reso un’icona della musica rock di cui incarna lo spirito di rabbia e speranza, vitalità e ricerca. Nato da una famiglia italo-irlandese il Boss è l’espressione del sogno americano della frontiera, di chi, radicato fortemente nelle proprie radici, cerca sempre un “al di là”, di andare sempre “oltre il confine”, in un percorso sempre in bilico tra le “badlands” e la “promise land”.

Il cammino di Springsteen è segnato da una ricerca interiore, morale e spirituale, che possa portare l’uomo ad una maggiore dimensione di autenticità e dignità così come la carica vitale della sua musica (e dei suoi concerti dal vivo) hanno trasmesso una carica positiva e vitale a intere generazioni di amanti del rock e folk americano.

Audio Completo:

Articolo de Il Cittadino

The Boss

Spero che la maggior parte dei miei venticinque lettori sia fatta da giovani. Non perché senta di doverli privilegiare, ma solo perché, dato il mestiere che mi capita di fare – sono un insegnante di Religione e collaboro con una cattedra universitaria – il colloquio con loro mi resta più facile. Allora, ragazzi, voialtri sapete senza alcun dubbio chi è “The Boss”. No? Male! Avreste fatto meglio a partecipare all’ultimo incontro della rassegna “Sermones 2011”, tenutosi sabato scorso presso l’Oratorio di San Filippo Neri, in via Lomellini. Andrea Monda, docente di Religione presso alcuni licei romani, scrittore e saggista, e Antonio Zirilli, musicista, hanno accompagnato un folto uditorio in un autentico viaggio attraverso la musica di Bruce Springsteen, in arte “The Boss”, alla scoperta di canzoni che “parlano della vita di tutti i giorni, delle mura domestiche, ma che in realtà si inscrivono in una luce più grande”. Mi rendo conto di quanto i tempi siano cambiati, e di come Fabri Fibra, Katy Perry e Lady Gaga – per citare solo i più quotati – abbiano rimpiazzato autentici miti (ma non tutto di loro è da buttare, sia chiaro!). Ad eccezione di una sparuta pattuglia, la maggior parte di voi non ha la più pallida idea di chi sia Bruce Springsteen. Ben vengano dunque incontri di questo genere. Ragazzi, attenti. Chissà, magari potreste appassionarvi.

Nato nel 1949 nel New Jersey, da padre irlandese e madre italiana – “cattolico fin nel midollo”, secondo Monda -, Springsteen inizia la sua carriera a 16 anni assieme ad un gruppo di amici. Al principio degli anni Settanta fonda la sua band storica, la “Bruce Springsteen and The E Street Band”. Le sue prime canzoni trattano di una gioventù illusa: i suoi personaggi sono spesso dei perdenti, gente comune dell’immensa periferia statunitense che lotta per sopravvivere (con la quale, peraltro, io solidarizzo “toto corde”). Per trarre ispirazione il Boss guarda, oltre alla sua vita personale – fatta di alti e bassi -, soprattutto a chi gli sta attorno, a quelle milioni di persone strette tra la rincorsa del “sogno americano” e il crudo quotidiano della periferia. Le sue corde vibrano all’unisono con scrittori del calibro di John Steinbeck e Flannery O’Connor. In “Adam Raised A Cain”, ad esempio, ispirata al romanzo “East of Eden” di Steinbeck, Springsteen canta il suo rapporto con il padre – per molto tempo conflittuale – parlando di un peccato ereditato e del “venire al mondo pagando / per i peccati del passato di qualcun altro”. Riguardo alla O’Connor, egli si appassiona al racconto “A Good Man Is Hard To Find”, tanto da trarne una canzone. Tra le sue fonti d’ispirazione v’è anche la Bibbia. Anzi, vari teologi – cattolici e protestanti – hanno notato la qualità “redentiva” dell’opera di Springsteen, giocata in una dialettica di perdizione e speranza. E’ quanto avviene nel doppio album “The River” (1980), in particolare nella canzone “Hungry Heart” (“Cuore affamato”), ottimamente interpretata da Zirilli -, nella quale i sogni assumono la forma di un’inesauribile inquietudine: “Everybody’s got a Hungry heart”. Alcuni hanno letto queste parole come un richiamo alle Confessioni agostiniane: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.

Il suo primo vero successo risale al 1975: l’album “Born to Run” scaraventa Springsteen nell’olimpo del rock. Quasi dieci anni dopo, nel 1984, esce “Born In The U.S.A.”. Qualcuno vuole farne un inno patriottico (Reagan cerca di usarla nella sua campagna elettorale ma Springsteen rifiuta). La canzone tratta degli effetti della Guerra del Vietnam sugli americani: “Sono dieci anni che brucio per la strada. / Nessun posto dove correre, nessun posto dove andare”. All’uscita del disco successivo, “Tunnel Of Love” (1987), la rivista “Rolling Stone” commenta: “qui può essere chiaramente percepita l’educazione cattolica ricevuta da Springsteen; i protagonisti pregano ripetutamente di essere liberati dal male, le storie d’amore sono rappresentate come una manifestazione della grazia divina”. Va ora in scena l’uomo maturo che deve fare i conti con la sua vita personale, con un’idea di casa e di famiglia che nulla può sostituire. “Living Proof” è la canzone di Springsteen diventato padre; un vero e proprio inno alla paternità: “Una notte d’estate in una stanza buia / entrò una minima parte della luce eterna del Signore, / urlando come se avesse inghiottito la luna accesa. / Nelle braccia di sua madre c’era tutta la bellezza possibile, / come le parole mancanti di una preghiera che non sarei mai riuscito / a inventare. / In un mondo così duro e sporco, così disonesto e confuso, / in cerca di un po’ della misericordia di Dio, / ho trovato la prova vivente”.

Gli eventi dell’11 settembre 2001 segnano una svolta nella sua produzione artistica. Al “Tribute to Helpers”, tenutosi dieci giorni dopo per raccogliere fondi a favore delle vittime, Springsteen partecipa con la canzone “My City Of Ruins”, composta in realtà prima del crollo. In pochi mesi esce il nuovo disco. La parola chiave è nel titolo: “The Rising”, “Resurrezione”. Springsteen narra di un pompiere che sta salendo le scale di una delle torri colpite. Egli quotidianamente porta “the cross of my calling” (“la croce della mia chiamata”). Ora è giunto ad una soglia di confine. All’improvviso ha una visione: “Ci sono spiriti sopra e dietro di me, / facce diventate nere, occhi che bruciano e splendono. / Il loro sangue prezioso mi leghi, / Signore, quando io sarò davanti alla tua luce ardente”. Sopraggiunge una donna: “Ti vedo, Maria, nel giardino; / nel giardino dei mille sospiri / ci sono immagini sacre dei tuoi figli / che danzano in un cielo pieno di luce”. “Maria è la sua Beatrice” – ha spiegato Monda. “Si tratta di un nome che compare in molte delle sue canzoni”. In effetti, la pratica religiosa fornisce al Boss “il linguaggio e i simboli più adatti per dire l’esperienza universale del dolore, della morte e soprattutto dell’attesa di una risurrezione”; ciò che rappresenta “il centro di tutta la sua esperienza umana e spirituale”.

Questo dunque, in estrema – estremissima – sintesi (i cultori non me ne vogliano), il percorso di Spingsteen. Ma lasciatemi esprimere ancora un pensiero. Mi rivolgo nuovamente a voi, ragazzi. Sapete che le mie sono parole sincere. Voi siete fin troppo svegli per lasciarvi abbindolare – come ha detto uno famoso – “dal conformismo strisciante e belante della modernità”; di questa modernità che ci propina modelli da seguire e strutture di pensiero che sono un autentico inno alla banalità. Non ho nulla contro la vostra musica. Anzi, ultimamente mi capita di tutto, anche di trovarmi quasi d’accordo con quel toscanaccio di Cherubini e con il suo Big Bang… Ma vi consiglio (ed è un consiglio spassionato) di guardarvi attorno. Potreste rimanere piacevolmente folgorati.

Antonio Musarra